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Da oggi in tutta Italia il libro “Pietro Mennea, l’uomo che ha battuto il tempo” di Tommy Dibari

11 ottobre, 2018 | scritto da Antonella Loprieno
Da oggi in tutta Italia il libro “Pietro Mennea, l’uomo che ha battuto il tempo” di Tommy Dibari
Attualità
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Esce oggi, giovedì 11 ottobre, in tutta Italia il libro “Pietro Mennea, l’uomo che ha battuto il tempo” scritto da Tommy Dibari per Cairo Editore con il supporto della Fondazione Casillo. Si tratta di un ritratto del tutto originale del grande velocista di Barletta.
Tommy Dibari, scrittore e autore televisivo, è riuscito a raccontare come Mennea, da ragazzo del sud, sia riuscito a salire sul tetto del mondo con la sola forza di volontà e la costante applicazione. Pietro è uno dei più grandi atleti italiani, il re delle velocità, l’uomo, appunto, che ha battuto il tempo. Lo scrittore, anche lui di Barletta, si muove con la grazia di una scrittura calibrata sulla misura di un romanzo-documentario, dove la realtà di una vicenda unica del Novecento italiano viene riprodotta con la verve del narratore autentico, riportato così alla memoria la vicenda esemplare di Pietro Mennea, “che ha insegnato e insegna ancora tanto al Paese e allo sport”, sottolinea Dibari, che ha raccontato la storia di Pietro dall’esordio ai grandi successi sportivi, fino al ritiro. E poi la storia dell’uomo, dall’avvocato in doppiopetto fino all’ultima impresa: la corsa nel mondo della solidarietà con la sua Fondazione.
“Mennea è stato finora l’unico velocista bianco in grado di detenere un record del mondo, nei 200 metri, per oltre 6.000 giorni”, aggiunge Dibari, “tutti conoscono le sue gesta sportive, ma davvero pochi sanno com’era l’uomo Mennea, un po’ introverso, un po’ ostinato, certamente tenace, un uomo con una storia incredibile, che andava raccontata e sono felice di averlo fatto io, che Mennea l’ho ammirato da bambino, da barlettano, da amante dello sport, da sognatore, da ragazzo del sud pronto a lottare contro tutto e tutti per coronare il suo sogno”.
Ed è stato un sogno, per Tommy Dibari, che è anche pubblicitario, docente di scrittura creativa e che oggi ricopre il ruolo di direttore generale dell’agenzia di comunicazione Wake Up, veder dare alle stampe il suo quinto libro. In precedenza ha infatti pubblicato “La Cambusa. Storia d’amore e di altre malattie” (Rizzoli, 2007), “Non ho tempo da perdere” (Cairo, 2011), il pluripremiato “Sarò vostra figlia se non mi fate mangiare le zucchine” (Cairo, 2015) e “Me la sono andata a cercare” (Cairo, 2017).
“Nella mia carriera ho fatto tante esperienze, anche molto importanti come lavorare nel team di autori di programmi televisivi nazionali come Striscia la Notizia, Artù, Paperissima e Paperissima Sprint, ho pubblicato altri libri, ho scritto per il teatro, il cinema e per la musica, ma raccontare la storia di quello che per me rappresenta un autentico mito mi dà sensazioni davvero molto forti”, aggiunge Tommy Dibari, che domenica 14 ottobre chiuderà a Trento il Festival dello Sport, con la presentazione del libro insieme a Manuela Olivieri Mennea, moglie dell’indimenticato Pietro. “Sento di ringraziare la Fondazione Casillo per il supporto determinante dato a questo progetto editoriale, la Cairo che ormai rappresenta per me un’altra famiglia e naturalmente Manuela per la fiducia che mi è stata accordata”.

2 Comments

  1. Filadelfio says:

    In bocca al lupo per questo nuovo libro Tommy! Di Bari scrive bene, secondo me sarà un buon libro. Su Pietro mennea si è detto tanto, voglio aggiungere una cosa, qualcuno ha detto che gli pagava le cure dal dentista, ma non è vero, lui andava da un mio cugino (no, non quello), ma era una specie di macellaio perchè aveva una incontenibile mania: gli piaceva togliere denti. Tutti sanno che i medici della mutua all’epoca quando avevi una carie, non è che la curavano, prendevano il dente e te lo toglievano, senza anestesia e senza pensarci troppo. Pietro pagava regolarmente, e lui con una specie di spaccanoci gliela calava nella bocca, afferrava il dente e tirava tirava, a volte per toglierlo metteva il piede sulla poltrona per darsi la controspinta. Io ero assistente e vedevo (e sentivo)tutto

  2. Filadelfio says:

    Spero che nel libro sia dedicata almeno una pagina a questo importante dottore che ha alleviato il dolore di Pietro in numerose occasioni, senza i quali non sarebbe diventato un grande campione. Venendo a questo mio cugino dentista, lo conoscevo molto bene avendo lavorato per circa 57 anni nel suo studio, lo chiamavano “Il Killer”, perché lui diceva “per avere bocche pulite, eliminiamo il male alla radice”, ossia: togliamo il dente. Molte persone andando da lui hanno perso tutti i denti, poi glieli ricostruiva e avevano una bocca nuova, con tutti i denti artificiali. A volte metteva quelli d’oro. Pietro ero dei clienti migliori. Pagava un dente 600 mila lire, e a me rilasciava una mancia di 700 mila lire: un signore! Ricordo ancora quando il dottore metteva la pinza dentro e la chiudeva a tenaglia attorno al dente: iniziava poi un movimento brusco da destra a sinistra col braccio, come se volesse toglierlo veloce veloce. Non ci sapeva fare e spesso nella foga indeboliva gli altri denti che, ormai ciondolanti erano prossimi alla caduta. Quando i denti si muovevano era solito legarli con ago e filo e poi legava questo alla maniglia della porta. Lui poi faceva finta di entrare normalmente e STRACK! Volavano denti che era una bellezza. Quelli a urlare come dannati, ci facevano causa in molti ma noi mettemmo un avvocato di grido.
    Spesso poi si inventava carie che non esistevano, veniva un cliente e diceva “che brutta carie, questo dente è ammalato”, e il cliente “dottore proceda”. e quello “si segga”. Non c’erano le poltrone di adesso, di quelle dove ti stendi con i piedi all’aria (o meglio, ne avevamo una ma spesso il cliente una volta steso si ribaltava) ma avevamo uno sgabello e dovevi stare seduto con la testa in alto.Non c’era nemmeno la luce, quindi spesso il dottore che era modello talpa (aveva 10 gradi per occhio, miope, astigmatico, presbite, ipermetrope, con i corpi mobili vitreali, ossia le classiche “mosche” attorno all’occhio, con l’occhio pigro ma per vanità non indossava occhiali), confondeva un dente con un altro (non so se volutamente). Il cliente poi tornava (quando la carie era vera) e diceva “dottore mi avete tolto un dente sano mentre quello malato è rimasto” e il dottore “ah, allora rimediamo subito”. Il tutto senza anestesia e con dolore vero. Per i molti problemi visivi, era solito girare con l’oculista dietro. Tutto quello che guadagnava lo spendeva in oculista.
    Dato che aveva la media di 100 denti tolti a settimana, doveva anche ricostruire i denti. Utilizzava una specie di amalgama, mista a cemento, piombo, titanio. Siccome aveva lo studio in casa, spesso preparava i denti in cucina, e essendo semi cieco, molto spesso confondeva gli ingredienti di una e dell’altra. a volte metteva lo zucchero, altre volte erano denti con una percentuale altissima di farina mischiata col calcestruzzo, a volte poi quegli ingredienti che andavano utilizzato per il dente finivano nelle vettovaglie (torte, panini, pasta, pane). Io vidi un nostro cliente che usciva felice e siccome era la festa della madonna si comprò alle bancarelle un pezzo di torrone. lo addento’ tutto affamato e rimasero i denti dentro, tutti spaccati e quello nella foga ingoio’ torrone e tutto.
    Informarsi sulle tecniche più accreditate era un optional, pertanto il dottore riceveva qualche informazione di seconda mano dai colleghi e la faceva sua. Durante un convegno uno gli disse “guarda che non c’è più bisogno di togliere il dente quando c’è la carie, puoi fare l’otturazione”. E lui rispose (era completamente sordo): “che cosa? Sì sì l’ho fatta l’assicurazione. “Ma quale assicurazione, l’otturazione col trapano!”. Il dottore pertanto il giorno dopo si munì di un trapano, ma non di quello odontoiatrico, bensì trapano elettrico, un vecchio modello di black decker col filo, di quelli che si sistemano nella valigetta quando viene l’elettricista a casa. Quando veniva un cliente collegava il trapano alla presa e VRROOOM spaccava completamente il dente, e nei peggiori casi causa danno anche alla restante parte della parete facciale. E poi copriva il buco col materiale che si trovava a seconda di quanto era piena la dispensa, farina di granoturco oppre farina di semola, mista al calcestruzzo che gli forniva il muratore a fianco (c’erano dei lavori che duravano da sei anni. I proprietari costruivano muri e poi spaccavano tutto, e così per una decina di volte. Era diventato sordo anche per questi perenni rumori). L’importante era che ci fosse una sostanza compatta. Una volta aveva finito tutto ma aveva anche la tinta dei capelli della moglie la mischiò col cemento e la sparò nel dente con la pompetta. I denti divennero rosso fuoco (l’idolo della moglie era Milva e da tempo tentava di somigliarle, almeno nel colore dei capelli). A volte poi per togliere il dente si aiutava con un cacciavite, ma non quello con la punta a stella, quello con la punta piatta. Se c’era da fare qualcosa poi inseriva il cacciavite in bocca e dava colpi col martello, come se stesse utilizzando un piccone in montagna.

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