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martedì, 26 Gennaio 2021
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Il Calcit Andria ed il gruppo “Fenice” alla scoperta di un sostegno concreto alle donne oncologiche

Una riflessione sul progetto nato all'interno dell’Ambulatorio Solidale “Noi con Voi” della Misericordia

Oggi vogliamo riportare una lunga ma intensa riflessione delle Dr.sse Angela Quacquarelli (Psicologa – Psicoterapeuta – Psiconcologa) e Lisa De Marinis (Psicologa – Psicoterapeuta).

Sono loro, infatti, a portare avanti un laboratorio nato all’interno delle attività del CALCIT nell’Ambulatorio Solidale “Noi con Voi” della Misericordia e che prosegue i suoi incontri nella nuova sede della storica associazione andriese. Il laboratorio, ormai nato tre anni fa, ha costituito un gruppo di sostegno alle donne oncologiche dal nome “Fenice”.

«La malattia fa purtroppo parte della vita – spiegano le due coordinatrici del gruppo – ahimè non è evitabile, ma appartiene all’essere umano in quanto tale. L’Araba Fenice è infatti un uccello mitologico che rinasce dalle proprie ceneri dopo la morte e, proprio per questo motivo, simboleggia anche il potere della resilienza».

«“C’era una bambina serena che viveva in una casa in riva al mare con i suoi cari. La bimba trascorreva una vita “normale”, la cosa che le piaceva di più era correre. Un giorno però, mentre era intenta a correre, le si aprì una voragine sotto i piedi e cadde dentro”.

Questo è l’incipit di una delle favole narrate all’interno del laboratorio condotto con le donne del gruppo “Fenice”, in cui si affrontava il tema della paura. Questo passaggio risulta piuttosto esplicativo di ciò che ciascuno di noi, in questo particolare momento storico, ha in qualche modo sperimentato. Tutto il mondo ha dovuto fermare la corsa in cui era impegnato, inghiottito in una voragine che lo ha trascinato a stretto contatto con la vulnerabilità umana.

Stiamo vivendo tutti un tempo imprevedibile, in cui esperiamo la dimensione della mancanza del controllo, con la consapevolezza che le nostre vite probabilmente saranno diverse da come le ricordavamo. Stiamo affrontando un trauma collettivo, una ferita che, come ci dice l’etimologia, si traduce in un taglio che sebbene potrà rimarginarsi, sta ineludibilmente segnando un confine ben preciso fra un prima e un dopo. Come eravamo prima? Come diventeremo dopo?

La prima lezione tremendissima di questo virus è che la libertà implica sempre la solidarietà, che non si può pensare la libertà se non nella dimensione della solidarietà. È quello che ci sta insegnando l’epidemia: nessuno può salvarsi da solo. La salvezza può essere un’esperienza solo collettiva. Noi siamo in fondo tutti prigionieri delle nostre case in una condizione di claustrazione obbligata, ma in realtà questa claustrazione è una forma massima di apertura. Perché vuol dire essere in connessione uno con l’altro, essere una comunità.

Così come oggi ci troviamo soli di fronte alla paura del virus, ognuno serrato nella propria dimora, allo stesso modo trincerarsi risulta essere l’effetto immediato della malattia, per via del fatto che viene e crearsi uno spartiacque ben marcato fra chi è malato e coloro che non lo sono, con questi ultimi che rifuggono il pensiero della malattia, vista come qualcosa che non li riguarda, dal momento che non li coinvolge direttamente.

Questo shock è comparabile con quello che di frequente travolge i malati oncologici, quando fin dalla diagnosi si trovano a sperimentare purtroppo una dimensione di paura che li mette nudi di fronte a sé stessi e alle proprie vulnerabilità.

Il gruppo di sostegno alle donne oncologiche nasce proprio da questa consapevolezza: la malattia fa purtroppo parte della vita, ahimè non è evitabile, ma appartiene all’essere umano in quanto tale. Ne è conseguita la necessità di mantenere uno spazio di condivisione, in cui il rispecchiamento emotivo facesse sentire un sentimento di vicinanza che potesse diventare terapeutico, perché se è vero che la malattia non è evitabile, la solitudine sì.

Questa è la motivazione che ci ha spinti a pensare di portare avanti i nostri incontri, sebbene in modalità diversa da quella abituale, creando uno spazio che ridesse loro un luogo sicuro, seppur avulso dal contatto fisico perché online, in continuità con i riti che appartenevano alla nostra routine e ora mancano un po’ a tutti.

Ed è nella dimensione relazionale che noi esseri umani ci sentiamo tali, nonché quando sperimentiamo quella vicinanza protettiva che lenisce i nostri dolori e ci fa sentire comunanza, appartenenza. In quest’ottica la malattia, esattamente come le occasioni di gioia come una nuova nascita, può rappresentare un’opportunità di rinunciare all’idea statica delle relazioni e cogliere invece il loro aspetto dinamico: la grande occasione di scoprire noi stessi, con le nostre vulnerabilità, con i nostri limiti e le nostre difese.

La pandemia in atto, che arreca sentimenti di imprevedibilità e minaccia per la vita, sta inesorabilmente coinvolgendo anche pazienti oncologici, così vulnerabili e già duramente colpiti. Il problema oggettivo del “coronavirus” diventa problema soggettivo in relazione al vissuto psicologico, alle emozioni e paure che il tema suscita nelle diverse persone.

I pazienti oncologici non sono tutti uguali. Possono trovarsi a fronteggiare l’emergenza Covid-19 in diverse fasi della malattia tumorale, e inoltre possono avere personalità e temperamenti differenti. Per questo diviene necessario un supporto personalizzato che permetta non solo ai pazienti, ma anche ai caregiver che li sostengono, di riattivare le proprie risorse e gli stili di coping adeguati a fronteggiare questo momento di crisi.

La “percezione del rischio” può essere distorta e amplificata sino a portare a condizioni di panico che non solo sono quasi sempre del tutto ingiustificate, ma aumentano il rischio stesso perché inducono a comportamenti meno razionali e ad un abbassamento delle difese, anche biologiche, dell’organismo.

Noi Occidentali siamo sempre stati abituati a riflettere poco sulla finitezza della vita ma quando, come nel caso di una pandemia o di una patologia oncologica, questo ti viene “sbattuto in faccia” il rischio è che si possano intraprendere due strade, ambedue poco adattive: farsi sopraffare dai pensieri e dall’ansia conseguente o cercare di allontanare il più possibile questa realtà fingendo che non esista.

Dovremmo imparare invece a fermarci, ed essere come la bambina della favola raccontataci da una delle donne del nostro gruppo, che così conclude la sua narrazione: “Certo, attraversare il tunnel era stato lungo e doloroso, le cicatrici erano tutte ben evidenti e, a dirla tutta, l’andatura era un po’ rallentata, ma quest’ultima esperienza le aveva fatto conquistare altre due indispensabili compagne di viaggio: “Accettazione” e “Legittimazione”, le quali con la loro intercessione, avevano permesso alla nostra eroina di creare un ponte con “Paura”. Solo attrezzarci per attraversare il dolore e cercare di cogliere il senso ultimo di ciò che sta accadendo, potrà permettere che questa brutta esperienza non vada sprecata.

Questo è il fil rouge che lega le vite delle donne del nostro gruppo e che ha portato loro a volersi rappresentare e chiamare come gruppo” Fenice”. L’Araba Fenice è infatti un uccello mitologico che rinasce dalle proprie ceneri dopo la morte e, proprio per questo motivo, simboleggia anche il potere della resilienza, ovvero la capacità di far fronte in maniera positiva alle avversità, coltivando le risorse che si trovano dentro di noi».

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