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venerdì, 23 Aprile 2021
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Teatri al buio. Ma forse una luce c’è dal 27 marzo.

L’intervista all’attore, Franco Ferrante: «Non tutto è perduto»

I teatri al buio sono belli solo poco prima del sipario che si apre e la luce è solo per la scena. Da un anno il buio invade la sala, la scena, il foyer, la biglietteria, il caffè, la strada davanti i teatri di tutta Italia. Dalla capitale, ai capoluoghi, alla provincia non si sentono gli applausi, né il vociare indistinto di chi attende di entrare o di chi aspetta all’uscita l’attore per stringergli la mano. Da un anno quelle mani non possiamo stringerle. Da un anno lo spettacolo tridimensionale del teatro è stato sostituito da volti bidimensionali, digitali, pixellati, spenti sugli schermi accesi. I black mirror sono specchi bui e freddi che riflettono noi stessi e la luce illumina gli spettatori connessi e non gli attori della scena dal vivo. E sembra che di vivo ci sia rimasto ben poco.

Per una sera – qualche giorno fa – i teatri di tutta Italia si sono riaccesi ma vuoti, deserti come forse da secoli e per secoli non lo sono stati mai. Non così. Ad accenderli attori, registi, artisti in attesa di un ritorno di là a venire. Ma quando?

Abbiamo incontrato telefonicamente – perché diversamente, come avremmo voluto, non si può – Franco Ferrante, attore di cinema e teatro che da Modugno è partito trent’anni fa e qui è tornato da marzo scorso, quando lo stop generale è piombato in media res nelle vite di tutti. In quelle di alcuni più che in altre. A Modugno, Franco e il suo collega autore e regista Michele Bia, qualche sera fa, hanno acceso in solitudine una sala vuota e spettrale.

«È da questo buio che dobbiamo ripartire per riaccendere la luce – ha commentato Ferrante – una luce già flebile molto prima della pandemia. La pandemia ha portato a galla un problema endemico, irrisolto da tempo, un cold case. E forse è la stessa emergenza che ci offre l’occasione di affrontarlo e porvi rimedio

L’analisi di Franco Ferrante è lucida e profonda. Va oltre il qui e ora della condizione che stiamo vivendo e fa affondare le radici del problema molto più indietro, molto più lontano. Un terreno instabile che con la pandemia sembra aver perso ogni punto di appiglio. Ogni sostegno. Ed è appunto di sostegno che Ferrante ci parla.

«Manca il lavoro sul territorio, bisogna costruire un tessuto forte di senso di appartenenza a uno spazio, quello teatrale, che è parte del tessuto urbano e della comunità e che deve comunicare con essa per essere riconosciuto vitale e necessario».

Le parole di Ferrante non sono parole di rimpianti ma di rabbia, un dissenso costruttivo quello dell’attore che suggerisce alle governance il ripensamento di una strategia che, come adottata sinora di produzione, promozione e circuitazione degli spettacoli dal vivo, se ha funzionato e per come ha funzionato, probabilmente non era così vincente come appariva. È necessario cambiare approccio, mentalità, ricalcolare il percorso.

«Abbiamo sbagliato strada e solo se ne prendiamo coscienza possiamo raddrizzare il tiro. Il Covid19 è stato uno schiaffo in pieno viso che ci ha riportati alla realtà, ci ha riportati a casa e da qui dobbiamo ripartire. Dalle nostre case, dalle nostre città, piccole o grandi che siano, dai nostri teatri. Riaccendendo la luce nelle sale ma prima ancora nelle menti di chi saprà riconoscersi nel linguaggio teatrale e riconoscervi la propria comunità. Costruire con l’arte menti e idee che solo allora si potranno definire ‘illuminate’, non a caso

E a proposito di luce, mentre scriviamo il governo centrale dispone la riapertura dei teatri in zona gialla, dal 27 marzo prossimo, probabilmente, immaginiamo, con una circuitazione degli spettacoli dal vivo solo in ambito intraregionale (ciascuno nei confini della propria regione). Ipotesi che getta nuova luce su eventuali e, perché no, diverse modalità di approccio alla distribuzione degli spettacoli e alla costruzione dei palinsesti di offerte dei teatri comunali e non. Risentiamo Franco Ferrante a questo proposito.

«Ovviamente non posso che essere contento. Qualcuno storcerà il naso se il confine in cui lavorare sarà solo quello regionale, almeno in una prima fase – ammette Ferrante – ma se ci si ferma a pensare e cambiamo il punto di vista su un modus operandi che, per ragioni di forza maggiore, ci chiederà e ci imporrà, forse, di lavorare a casa nostra, nel nostro territorio, magari anche questa potrebbe essere un’opportunità, un’occasione da non perdere. L’occasione di dimostrare davvero, come singoli, come compagnie e come professionisti, cosa sappiamo fare, cosa abbiamo fatto finora, come abbiamo lavorato e per chi. La possibilità di lavorare nella propria regione – continua Ferrante – permetterà alle governance di fare una sorta di censimento indiretto delle proposte del comparto dello spettacolo dal vivo, in termini non solo di quantità ma soprattutto di qualità. D’altra parte, per le compagnie sarà una bella gara, sana, edificante e dal potere ricostituente per (ri)mettersi in gioco e sporcarsi le mani, senza magari nascondersi dietro polemiche vane e dita puntate contro i nomi altisonanti, di grande eco e di provenienza esterna che adombrano il pur notevole lavoro di professionisti e artisti che non possono vantare la stessa fama. Ci sarà da lavorare seriamente e lavoreremo, tutti, senza scuse. Infine, la possibile apertura nella regione dei teatri,  sarà un modo per testare, facendo, il vero legame dell’arte teatrale, del suo linguaggio, delle sue maestranze e delle sue idee progettuali con il territorio, con le persone, con il tessuto vivo di una comunità, dalla cui risposta dipenderà il nostro riconoscimento come persone e come lavoratori, oltre che la vera necessità di una relazione tra palco e realtà, tra pubblico e artisti, tra teatro e vita.»

Insomma, non tutti i mali vengono per nuocere! Ascoltando Franco Ferrante e il suo entusiasmo, c’è da sperare bene per il futuro del teatro e dei teatri post-pandemia, se ci si impegnerà a fare meglio di quanto fatto finora e questa nuova deadline del 27 marzo ci aiuta a vedere una piccola luce in fondo al tunnel.

Le considerazioni di Ferrante sono linee guida dettate dall’esperienza trentennale sulla scena come nella vita e conclude «se ritorniamo sulla vecchia strada e rimettiamo in atto e vecchie dinamiche che il Covid19 ha destabilizzato, avremmo perso un’occasione dataci dall’emergenza della pandemia di poter redimerci, ricredere e far meglio e i sacrifici fatti finora saranno passati invano. Cosa lasceremo allora ai nostri figli? Menti spenti come i questi nostri teatri.»

Alla domanda cosa stesse facendo quando lo abbiamo intervistato, Ferrante ci ha risposto così «Sto lavorando, in teatro. Io sono un attore e questo faccio. Sono responsabile di una luce da accendere. Anche per i miei figli

E noi non vediamo l’ora di rivederlo in scena. Lui e tutti gli artisti che attendono. Il 27 marzo non è poi così lontano!

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