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lunedì, 19 Gennaio 2026
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Non possiamo restare a guardare: il grido silenzioso degli adolescenti

Ogni volta che un adolescente decide di togliersi la vita, una comunità intera fallisce

Ogni volta che un adolescente decide di togliersi la vita, una comunità intera fallisce.

Falliamo come adulti, come educatori, come società. E non possiamo più permettercelo.
Dietro questi gesti estremi non c’è mai una sola causa. C’è il bullismo, spesso feroce, invisibile agli occhi degli adulti e amplificato dai social. Ma c’è anche un malessere più profondo: solitudine, incomprensione, ansia, identità fragile, pressione per essere “perfetti”, paura di non essere abbastanza.

Gli adolescenti non nascono fragili: li rendiamo fragili quando non li ascoltiamo.
Genitori: la presenza non è mai tempo perso.

Essere genitori oggi è difficile. È vero. Ma ciò che i figli chiedono non è perfezione: è presenza.
La presenza che: guarda davvero negli occhi chiede “come stai?” e rimane ad ascoltare la risposta spegne lo smartphone quando il figlio parla non minimizza il dolore con frasi come “è solo un periodo” o “alla tua età non sono problemi” riconosce i segnali: isolamento, tristezza persistente, cambiamenti improvvisi.

I ragazzi non cercano giudici. Cercano porti sicuri.
Insegnanti: prima di tutto esseri umani.
La scuola non è solo voti e programmi. La scuola è un luogo dove un ragazzo passa la maggior parte del suo tempo, e dove un adulto può fare la differenza con un gesto minimo: un’attenzione in più, una domanda, un sorriso, un “va tutto bene?”.

Umanizzarsi significa: vedere l’alunno oltre il voto notare quando un ragazzo cambia comportamento intervenire davanti al bullismo, senza voltarsi dall’altra parte creare uno spazio dove chiedere aiuto non è motivo di vergogna. La scuola non può curare tutto. Ma può accendere la luce in una stanza che sta diventando buia.
Il disagio non è un capriccio.

Troppi adulti confondono la sofferenza emotiva con la ribellione. Ma gli adolescenti di oggi stanno crescendo in un mondo ipercomplesso: iperconnessione, confronto continuo, insicurezza globale, pressione estetica, paura di fallire. Se non diamo loro strumenti emotivi, come possono imparare a gestire ciò che provano?

È il momento di svegliarsi.
Non possiamo più osservare in silenzio. Non possiamo più aspettare la tragedia per domandarci “perché?”. Negli ultimi mesi e soprattutto nei giorni scorsi in Italia ci sono stati diversi casi drammatici tra giovanissimi, che dovrebbero essere un campanello d’allarme per tutti noi: genitori, insegnanti, istituzioni.

Anche se non sempre finiscono sui grandi media, il disagio esiste davvero e si manifesta con una violenza silenziosa. La domanda vera è: cosa posso fare io, oggi, per essere più presente nella vita di un ragazzo?

A volte basta pochissimo: una conversazione, un abbraccio, una domanda sincera, un gesto di attenzione.

Perché un adolescente che si sente visto, ascoltato e amato è un adolescente che ha una possibilità in più di farcela. E questa possibilità gliela dobbiamo.

A cura di Savino Sarno.

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