Una vicenda giudiziaria che ha tenuto con il fiato sospeso per oltre un decennio si è conclusa nuovamente con un esito che divide l’opinione pubblica, sollevando interrogativi non solo giuridici ma anche civili e morali.
La Corte d’Appello di Bari ha confermato ieri, lunedì 23 febbraio 2026, l’assoluzione in secondo grado di Luigi Terrone, l’imprenditore agricolo accusato di omicidio colposo per la morte della bracciante tarantina Paola Clemente, stroncata da un infarto mentre lavorava in un vigneto di Andria il 13 luglio 2015.
La donna, originaria di San Giorgio Ionico (Taranto) e madre di tre figli, si era accasciata mentre svolgeva l’attività di bracciante agricola, un lavoro usurante svolto nelle ore più calde dell’estate, in condizioni di grande fatica fisica.
La sua morte, avvenuta durante la raccolta dell’uva, scatenò un’ondata di indignazione nazionale e portò l’opinione pubblica e i sindacati a chiedere giustizia e maggiore tutela per i lavoratori stagionali nei campi.
Dopo il primo processo, in cui il Tribunale di Trani aveva assolto Terrone escludendo il nesso causale tra presunte omissioni e il decesso di Clemente, la Procura di Trani e i familiari, rappresentati dagli avvocati Giovanni Vinci e Antonella Notaristefano, avevano impugnato la sentenza, sostenendo che un intervento più tempestivo e adeguato avrebbe potuto salvare la vita alla 49enne, e chiedendo una condanna a quattro anni di reclusione.
Secondo l’accusa, alla base della tragedia vi sarebbero state gravi carenze organizzative: la mancata predisposizione di una sorveglianza sanitaria preventiva, l’assenza di procedure formalizzate di primo soccorso e la scarsa formazione del personale in materia, oltre al fatto che l’ambulanza del 118 impiegò 26 minuti per arrivare sul luogo del malore, ritardo considerato decisivo.
Tesi rigorosamente contestate dai giudici del secondo grado, come già dal primo giudice.
Nelle 115 pagine di motivazioni del primo verdetto, il giudice di primo grado aveva riconosciuto alcune criticità operative, ma non le aveva ritenute “attive” nel determinare l’esito fatale dell’infarto.
Pur stigmatizzando la mancanza di un medico in campo e di personale adeguatamente formato, la corte aveva ricordato che furono comunque praticate manovre di soccorso, seppur non da addetti formali, e che difficoltà logistiche nell’arrivo dei soccorsi non sarebbero state eliminate neppure con presenze interne più preparate.
In Appello, la Corte ha confermato questa prospettiva: esclusa la responsabilità penale di Terrone, ritenendo che le omissioni contestate, pur evidenti, non abbiano influito in modo causale sull’evento mortale.
Con la conferma dell’assoluzione, si chiude, salvo ulteriori ricorsi, un capitolo giudiziario lungo e complesso.
Tuttavia, la vicenda resta al centro di un acceso dibattito pubblico e politico, perché la morte di Clemente aveva già contribuito, nel 2016, all’approvazione della legge 199 contro il lavoro nero e il caporalato, un provvedimento di civiltà volto a tutelare i lavoratori agricoli e combattere lo sfruttamento nei campi.
Per molti osservatori, la sentenza di Appello rappresenta un punto di chiusura formale sul piano penale, ma l’esito lascia aperte questioni profonde sui criteri di responsabilità e sulla protezione dei diritti delle persone più vulnerabili nel mondo del lavoro.







