Un ritrovamento agghiacciante, maturato nel silenzio di settimane, ha squarciato la quotidianità del quartiere Carbonara di Bari, restituendo alla cronaca nera un episodio dai contorni tanto inquietanti quanto, progressivamente, sempre più nitidi.
Il corpo senza vita di Michelangelo Scamarcia, sessantasettenne barese scomparso tra la fine di marzo e i primi di aprile, è stato rinvenuto all’interno di un esercizio commerciale, celato nel retrobottega di un negozio di articoli per la casa.
Della vittima si erano perse le tracce a partire dal 31 marzo, quando un ultimo contatto con i familiari aveva lasciato intendere un imminente rientro mai avvenuto. La denuncia di scomparsa, formalizzata il 2 aprile, aveva dato avvio a un’attività investigativa complessa, fondata su elementi apparentemente marginali ma rivelatisi decisivi: movimenti anomali sulla carta di pagamento dell’uomo e la localizzazione del suo telefono nell’area di piazza Umberto.
Nel frattempo, il corpo giaceva nascosto, già in avanzato stato di decomposizione, all’interno del negozio, circostanza che ha subito escluso l’ipotesi di una morte naturale, orientando gli inquirenti verso un’azione violenta consumatasi nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa.
Il macabro rinvenimento, avvenuto ieri, venerdì 1° maggio 2026, ha impresso una svolta decisiva alle indagini. I carabinieri, coadiuvati dalla scientifica, hanno rapidamente circoscritto l’attenzione sul titolare dell’esercizio commerciale, un cittadino cinese di 42 anni, già ascoltato nelle settimane precedenti.
Determinanti sono stati, ancora una volta, i riscontri tecnologici: le immagini dei sistemi di videosorveglianza e le operazioni effettuate con le carte della vittima hanno consentito di delineare una traiettoria investigativa coerente, culminata nel fermo dell’uomo con l’accusa di omicidio volontario, occultamento di cadavere e utilizzo indebito di strumenti di pagamento.
Nel corso dell’interrogatorio, il quarantaduenne avrebbe ammesso le proprie responsabilità, riferendo di aver soffocato la vittima con un sacchetto di plastica al culmine di un diverbio. Sullo sfondo, un movente tanto banale quanto tragico: un presunto debito di circa trenta euro, degenerato in un confronto violento dalle conseguenze irreversibili.
Dopo l’omicidio, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, il corpo sarebbe stato occultato nel retro del negozio, dove è rimasto per settimane, mentre venivano effettuati tentativi di utilizzo delle carte dell’uomo, elemento che ha ulteriormente aggravato il quadro indiziario.
Il procedimento si trova attualmente nella fase delle indagini preliminari, sotto il coordinamento della Procura della Repubblica di Bari. L’autopsia, già disposta, dovrà chiarire con precisione tempi e modalità del decesso, mentre resta da definire in maniera compiuta la dinamica del litigio e le eventuali responsabilità ulteriori.
Intanto, il caso ha suscitato forte impressione nella comunità locale, dove non sono mancati momenti di tensione all’esterno del negozio al momento del fermo dell’indagato.
La vicenda si inscrive nel solco dei cosiddetti “delitti di prossimità”, maturati in contesti di quotidianità e apparentemente modesta conflittualità, ma capaci di evolvere in tragedie estreme. Una storia che, nella sua drammatica linearità, restituisce l’immagine di un crimine consumato senza clamore, nascosto dietro una vetrina ordinaria, e rimasto invisibile per settimane, fino al suo improvviso e sconvolgente disvelamento.











