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domenica, 16 Agosto 2026
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Frantoi senza fiato: la crisi dell’olio arriva al punto di rottura. E la BAT è in prima linea

I depositi pieni, il credito bloccato, i listini fermi per assenza di scambi. A due mesi dalla raccolta, il nodo non è più il prezzo: è la liquidità

Il grido d’allarme che in questi giorni ha guadagnato le pagine del Sole 24 Ore — «senza interventi urgenti è a rischio il ritiro delle olive» — non è la solita protesta di categoria alla vigilia della campagna.

È, tecnicamente, la fotografia di una crisi di capitale circolante che rischia di paralizzare l’anello centrale della filiera. E se c’è un territorio in Italia dove quella paralisi si tradurrebbe immediatamente in danno economico e sociale, quel territorio è il nostro.

Il documento unitario sottoscritto da AIFO, FOA Italia, Assofrantoi, CNA Agroalimentare e Confartigianato Frantoiani, insieme alle rappresentanze regionali fra cui AFP – Associazione Frantoiani di Puglia, FIOQ e Assofrantoi Puglia, chiede la convocazione immediata di un tavolo di crisi con il MASAF e le Regioni.

Il presidente AIFO Alberto Amoroso lo dice senza giri di parole: senza spazio nei depositi e senza liquidità, molti frantoi non saranno in condizione di ritirare e pagare le olive. E aggiunge un passaggio che merita attenzione: se i frantoi si fermano, gli olivicoltori restano senza sbocco per il raccolto.

I numeri: un mercato che ha smesso di quotare

Per capire la portata del fenomeno conviene guardare la serie storica della Borsa Merci della Camera di Commercio di Bari, piazza di riferimento anche per i comuni ex provinciali della BAT.

Data rilevazioneEVO acidità max 0,4% (€/kg)
9 ottobre 2025 (avvio campagna)9,30 – 9,50
17 febbraio 20266,80 – 7,40
26 maggio 20266,00 – 6,50
16 giugno 2026 (ultima quotazione)5,90 – 6,40
da luglio 2026non quotato per mancanza di scambi

Il dato più eloquente non è il prezzo: è l’assenza del prezzo. Da oltre un mese i bollettini della Borsa Merci di Bari riportano la dicitura «non quotati gli oli evo per mancanza di scambi». Un mercato che non registra transazioni è un mercato in cui il venditore non accetta il prezzo e il compratore non alza l’offerta: esattamente la definizione di stallo.

Alla Borsa Merci di Milano, dove gli scambi proseguono, il 14 luglio l’extravergine italiano è stato quotato tra 5,45 e 6,10 euro/kg, oltre il 40% in meno rispetto ai 9,50–9,90 euro/kg di dodici mesi prima. Nella stessa seduta l’extravergine comunitario è stato valutato tra 4,25 e 4,80 euro/kg: prezzi identici a quelli di un anno fa. Il differenziale con il prodotto nazionale si è ridotto a poco più di un euro al chilo. Il «borsino» settimanale di Teatro Naturale, che assume Andria come piazza di riferimento per l’olio italiano, al 15 luglio 2026 segnava 4,95 euro/kg.

Sul fronte delle giacenze, i dati del registro telematico Frantoio Italia al 30 giugno 2026 parlano di 206.955 tonnellate di extravergine stoccate, il 63% in più dell’anno precedente. Ma il numero che conta davvero è quello dell’EVO di produzione nazionale: 121.609 tonnellate ancora nei tank, +127,2% su base annua. Un livello che riporta la memoria alla crisi 2019-2020, quando le giacenze al 30 giugno sfiorarono le 130.600 tonnellate e la via d’uscita fu lo stoccaggio provvisorio finanziato ai sensi del Reg. UE 1308/2013.

Perché la BAT è il punto più esposto

Non è retorica campanilistica. Secondo il report Frantoio Italia dell’ICQRF, al 31 gennaio 2026 la provincia di Barletta-Andria-Trani deteneva l’11,1% delle giacenze nazionali di olio di oliva, terza provincia italiana per quantitativo stoccato. Nella campagna 2024/2025 la BAT è risultata la seconda provincia pugliese per produzione, con circa 35.000 tonnellate secondo le elaborazioni ISMEA, subito dopo il Barese.

Tradotto: qui si concentra una quota sproporzionata del capitale immobilizzato in cisterna. Ogni punto percentuale di svalutazione del prodotto stoccato pesa sui bilanci dei nostri frantoi in misura molto superiore alla media nazionale. E qui, più che altrove, la struttura produttiva è fatta di imprese familiari, cooperative e piccoli opifici, con patrimonializzazione contenuta e forte dipendenza dal credito bancario a breve.

Una nota positiva, in controtendenza, va registrata: la sessione plenaria del Consiglio Oleicolo Internazionale ha stabilizzato a 800 mg/kg il limite minimo degli steroli per la Coratina (oltre che per la Nocellara del Belice), superando una deroga temporanea che rischiava di penalizzare, sul piano della classificazione merceologica, proprio la cultivar identitaria dell’areale andriese-coratino. È un risultato normativo che vale reputazione e mercati esteri. Ma non paga le fatture di ottobre.

La lettura del commercialista: dove si rompe l’equilibrio finanziario

Il meccanismo che sta strangolando i frantoi è, in termini di bilancio, piuttosto lineare.

Primo: il magazzino è iscritto a un costo superiore al valore di mercato. Le olive della campagna 2025/2026 sono state acquistate quando i listini viaggiavano sopra i 9 euro/kg. Oggi il realizzo si colloca fra i 5 e i 6 euro. L’art. 2426, comma 1, n. 9 del Codice Civile impone di valutare le rimanenze al minore fra costo di acquisto o di produzione e valore di realizzazione desumibile dall’andamento del mercato. Non è una facoltà: è un obbligo. Molti bilanci chiusi o in chiusura in questi mesi dovranno accogliere svalutazioni consistenti, con impatto diretto sul risultato d’esercizio e, per le realtà più fragili, sul patrimonio netto e sugli obblighi di cui agli artt. 2446-2447 (o 2482-bis e ter) c.c.

Secondo: il ciclo monetario si è invertito. Le olive sono prodotto deperibile ai sensi del D.Lgs. 198/2021, attuativo della direttiva UE 2019/633: il pagamento va effettuato entro 30 giorni. Il frantoio, dunque, esborsa in autunno e incassa — nella migliore delle ipotesi — nei mesi successivi. Quando l’olio resta invenduto per un’intera campagna, quel disallineamento non è più uno sfasamento temporale gestibile con l’anticipo bancario: diventa un fabbisogno strutturale non coperto.

Terzo: la leva bancaria è satura. Anticipi su fatture e finanziamenti di scorta sono già utilizzati sul prodotto della scorsa campagna. Da qui la richiesta, già presentata al MASAF, di promuovere presso l’ABI una moratoria sulle esposizioni bancarie dei frantoi: misura che, sul piano tecnico, ha senso solo se accompagnata da una garanzia pubblica sulla dilazione, come chiesto dal Comitato Nazionale Orgoglio Olivicolo.

A ciò si sommano voci di costo che nel conto economico dei frantoi pesano oggi molto più di cinque anni fa: energia, logistica, trasporti, oltre agli oneri di movimentazione e smaltimento di sanse e acque di vegetazione.

Cosa si muove sul piano istituzionale

Il quadro degli interventi è in movimento ma non ancora operativo. I 300 milioni del Piano Olivicolo Nazionale, incardinati nel disegno di legge ColtivaItalia, sono ancora fermi alla Camera. L’assessore regionale all’Agricoltura Francesco Paolicelli, nel confronto tenutosi a Bitonto il 13 luglio, si è impegnato a chiedere al Governo l’attivazione dello stato di crisi del comparto, di concerto con Sicilia e Calabria. Sul fronte dei controlli, il MASAF rivendica un’intensificazione dell’attività ispettiva: solo nei primi dieci giorni di luglio l’ICQRF ha controllato 5 milioni di chili di olio, con sequestri per 10,3 milioni di euro.

Le richieste della filiera sono note e, va detto, tecnicamente sensate: stoccaggio provvisorio sovvenzionato, bolla elettronica obbligatoria per l’olio sfuso sopra i 100 kg, controlli straordinari sugli operatori con crescite di fatturato anomale, stoccaggio doganale dedicato per l’olio d’importazione, priorità agli oli certificati italiani nelle gare della ristorazione pubblica.

Che cosa può fare l’impresa, nel frattempo

Attendere il decreto non è una strategia. Alcune indicazioni operative, valide per i frantoi e le cooperative della BAT che si preparano alla campagna 2026/2027.

  1. Pianificare in maniera puntuale;
  2. Verificare gli indicatori di allerta e, in presenza di squilibrio patrimoniale o finanziario, valutare l’accesso alla composizione negoziata (D.Lgs. 14/2019). È uno strumento riservato, che consente di negoziare con le banche mantenendo la continuità aziendale: va attivato prima che il credito si irrigidisca, non dopo;
  3. Rivedere i criteri di determinazione del prezzo di ritiro, superando la logica del prezzo fisso pattuito in anticipo a favore di formule indicizzate o a saldo differito, negoziate con le organizzazioni dei produttori. Il rischio di mercato assorbito interamente dal trasformatore è, oggi, insostenibile;
  4. Presidiare la tracciabilità e la certificazione. In un mercato in cui il differenziale con l’olio comunitario si è ridotto a un euro, la DOP Terra di Bari, il biologico e la tracciabilità documentata restano l’unico spazio di prezzo difendibile;
  5. Valutare seriamente l’aggregazione. La frammentazione dell’offerta è il fattore che, più di ogni altro, ci consegna alla grande distribuzione come price taker.

La crisi in corso non è un incidente congiunturale: è il risultato dell’incontro fra un’annata di carica, un’ondata di importazioni a basso costo e una struttura di filiera che scarica il rischio di mercato sull’anello meno capitalizzato. Se i frantoi della BAT non ritireranno le olive a ottobre, il danno non sarà di un settore: sarà di un territorio che sull’olivo ha costruito paesaggio, occupazione e identità. Le settimane che ci separano dalla raccolta sono le ultime utili per evitarlo.

FONTI: Il Sole 24 Ore; documento unitario delle associazioni dei frantoiani (AIFO, FOA Italia, Assofrantoi, CNA Agroalimentare, Confartigianato Frantoiani, AFP, FIOQ, Assofrantoi Puglia); CCIAA di Bari – Borsa Merci, Listino Olio 2026; Borsa Merci di Milano – Associazione Granaria; ISMEA Mercati; ICQRF – registro telematico Frantoio Italia; Teatro Naturale – Borsino dell’olio; AgroNotizie; Consiglio Oleicolo Internazionale.

A cura di Sabino Losito, Dottore Commercialista e Revisore Legale

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