Partiamo dalla fine, perché è l’unico modo per capire davvero questa misura. Il 20 maggio 2025 lo sportello di “Investimenti sostenibili 4.0” ha aperto alle ore 10.00. Il giorno dopo era già chiuso: il MIMIT ha dovuto disporne la chiusura con effetto dal 21 maggio per esaurimento delle risorse.
In quelle sette ore erano arrivate 424 domande, per oltre 1,04 miliardi di euro di spese previste, a fronte di una dotazione di 300,5 milioni. Era già successo nel 2023, quando lo sportello aperto il 18 ottobre venne chiuso dal 19 ottobre. Due edizioni, due chiusure in ventiquattro ore.
Il 6 ottobre 2026, con ogni probabilità, andrà allo stesso modo. E poiché le domande presentate nello stesso giorno sono considerate presentate nello stesso istante – l’ora e il minuto di invio sono irrilevanti – la selezione non la fa la connessione internet, ma la graduatoria di merito.
È qui che la partita si vince o si perde, e i numeri dell’anno scorso dicono che la Puglia, e con essa la nostra provincia, l’ha giocata male.
La lezione della graduatoria 2025
Il decreto direttoriale del 10 giugno 2025 ha pubblicato la graduatoria delle 424 istanze. Le risorse hanno consentito l’ammissione all’istruttoria fino alla posizione numero 147. Il punteggio della prima posizione era 52,00; quello dell’ultima ammessa, 49,00. Tre punti separavano chi entrava da chi restava fuori.
| Regione | Domande | Ammesse | Quota sulle domande |
| Campania | 315 | 122 | 74,3% |
| Sicilia | 48 | 11 | 11,3% |
| Puglia | 18 | 5 | 4,2% |
| Calabria | 14 | 1 | 3,3% |
| Molise | 13 | 3 | 3,1% |
| Basilicata | 12 | 3 | 2,8% |
| Sardegna | 4 | 2 | 0,9% |
| Totale | 424 | 147 | 100% |
Fonte: elaborazione su decreto direttoriale MIMIT 10 giugno 2025, allegato “Graduatoria”. Domande presentate il 20 maggio 2025, unico giorno utile. Il decreto non disaggrega i dati su base provinciale.
La lettura è impietosa. La Campania ha presentato 315 domande sulle 424 complessive e ne ha viste ammesse 122 su 147: l’83% dei posti disponibili. La Puglia si è fermata a 18 domande, cinque delle quali ammesse, per circa 12,5 milioni di spese: il 3,2% del totale ammesso a istruttoria. Su una misura riservata a sette regioni, il Mezzogiorno non si è presentato come un blocco unico ma come un territorio a due velocità, e la nostra non era quella di testa.
Non è una questione di qualità industriale. È una questione di organizzazione: chi arriva al 6 ottobre con la pratica pronta, la perizia giurata firmata, i bilanci in ordine e le certificazioni già in tasca ha semplicemente un punteggio più alto di chi comincia a muoversi a settembre. La differenza fra 49 e 46 punti si costruisce nei mesi precedenti, non nel giorno dello sportello.
La misura in sintesi
Con il decreto direttoriale 5 agosto 2026, attuativo del decreto ministeriale 18 marzo 2026, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha fissato termini e modalità della nuova edizione. La dotazione è di 447.595.808,76 euro a valere sull’Azione 1.3.2 del Programma Nazionale “Ricerca, Innovazione e Competitività per la transizione verde e digitale 2021-2027”: quasi il 50% in più rispetto ai 300,5 milioni del 2025. Più risorse significano una soglia di accesso probabilmente più bassa, ma non un accesso garantito.
| Voce | Contenuto |
| Dotazione | 447.595.808,76 euro, di cui il 25% riservato a micro e piccole imprese |
| Territori | Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna |
| Beneficiari | PMI manifatturiere e servizi alle imprese, in contabilità ordinaria, con due bilanci depositati |
| Programma | Da 750.000 a 5.000.000 di euro e comunque entro il 70% del fatturato |
| Agevolazione | 35% contributo in conto impianti + 40% finanziamento a tasso zero (fino a 7 anni) |
| Quota a carico dell’impresa | Almeno il 25% delle spese, senza alcun sostegno pubblico |
| Compilazione | Dalle ore 12.00 del 10 settembre 2026 sulla piattaforma Invitalia |
| Invio | Dalle ore 10.00 del 6 ottobre 2026, giorni feriali 10.00-17.00 |
| Realizzazione | Avvio dopo la domanda, ultimazione entro 18 mesi dalla concessione |
Chi, nella BAT, può effettivamente candidarsi
Tutti e dieci i comuni della provincia – Andria, Barletta, Trani, Bisceglie, Canosa di Puglia, Margherita di Savoia, Minervino Murge, San Ferdinando di Puglia, Spinazzola e Trinitapoli – ricadono nel perimetro territoriale ammesso. Il vincolo, semmai, è dimensionale e contabile.
Servono la contabilità ordinaria e almeno due bilanci approvati e depositati (o due dichiarazioni dei redditi per imprese individuali e società di persone). Serve un programma di investimento di almeno 750.000 euro, che non superi i 5 milioni né il 70% del fatturato dell’ultimo bilancio: per le società di capitali il riferimento è il totale della voce A “Valore della produzione” dello schema di conto economico ex articolo 2425 del codice civile. Una PMI locale con 1,5 milioni di valore della produzione può candidare al massimo 1,05 milioni; sotto 1,07 milioni di fatturato non si raggiunge nemmeno la soglia minima di 750 mila euro.
È un filtro che, nel tessuto della BAT, taglia fuori la piccola subfornitura e le realtà artigiane, e lascia in campo le imprese strutturate: i pastifici e i molini, le aziende conserviere e di trasformazione ortofrutticola, i frantoi industriali e gli imbottigliatori di olio, le cantine, le imprese del comparto lapideo legato alla pietra di Trani, le calzaturiere e le confezioni ancora attive fra Barletta, Trani e Bisceglie, la meccanica e la carpenteria metallica, il packaging e i materiali per l’edilizia.
Agroindustria: dentro, ma a precise condizioni
Merita un capitolo a parte il comparto che nella BAT pesa di più. Circola la convinzione che l’agroalimentare sia escluso dagli aiuti a finalità regionale: non è così, e vale la pena chiarirlo perché l’equivoco ha probabilmente tenuto lontane dalle scorse edizioni imprese che avrebbero potuto candidarsi.
L’allegato 4 del decreto ministeriale ammette l’intera sezione C della classificazione ATECO 2025, ossia tutte le attività manifatturiere, salvo le esclusioni dell’articolo 6, comma 4. Nella sezione C rientrano la divisione 10 (industrie alimentari) e la divisione 11 (industria delle bevande): molitura delle olive, pastifici, molini, conserviero, lavorazione ortofrutticola, cantine. Le esclusioni richiamate riguardano siderurgia, carbone, costruzione navale, fibre sintetiche, trasporti ed energia, e – nell’allegato 6 – il tabacco: non l’agroalimentare.
Il punto è chiarito anche a monte. L’articolo 13 del Regolamento GBER, che delimita il campo di applicazione degli aiuti a finalità regionale, esclude i regimi destinati a un numero limitato di settori specifici, ma precisa espressamente che i regimi riguardanti la trasformazione e la commercializzazione dei prodotti agricoli non sono considerati destinati a settori specifici.
E il Regolamento include la trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli nel proprio ambito, salvo due ipotesi qui non ricorrenti: quando l’importo dell’aiuto è parametrato al prezzo o al quantitativo dei prodotti acquistati dai produttori primari, e quando l’aiuto è subordinato al fatto di essere trasferito, in tutto o in parte, ai produttori primari. Qui l’agevolazione è calcolata sulle spese di investimento: nessuna delle due condizioni si verifica.
Resta invece fuori la produzione agricola primaria, e la linea di confine è più sottile di quanto sembri. Secondo le definizioni europee, non costituiscono trasformazione né commercializzazione le attività svolte nell’azienda agricola necessarie a preparare il prodotto per la prima vendita, né la prima vendita del produttore primario a rivenditori o a imprese di trasformazione.
Tradotto per il nostro territorio: il frantoio che molisce le proprie olive nell’ambito dell’attività agricola resta nella produzione primaria e non accede alla misura; il frantoio che opera come impresa manifatturiera, lavorando olive conferite o acquistate da terzi, è nel perimetro. Il discrimine passa dal codice ATECO effettivamente attivo per l’unità produttiva, ed è la prima cosa da verificare – anche attraverso l’help desk di Invitalia – prima di impegnare tempo e denaro nella pratica.
Chiarito l’accesso, restano tre vincoli che per l’agroindustria locale pesano più che altrove. Il primo: il programma deve essere diretto all’ampliamento della capacità, alla diversificazione verso prodotti mai fabbricati prima, al cambiamento fondamentale del processo produttivo o alla realizzazione di una nuova unità produttiva.
La semplice sostituzione di macchinari obsoleti – che è poi ciò di cui molti frantoi e stabilimenti conservieri avrebbero bisogno – non integra, di per sé, nessuna di queste fattispecie.
Il secondo: sono espressamente escluse le spese di funzionamento, comprese le scorte di materie prime, semilavorati e prodotti finiti, e sono escluse le spese sostenute in locazione finanziaria; per un comparto che acquista impianti prevalentemente in leasing, è un vincolo che cambia il piano finanziario.
Il terzo: il tetto del 70% del fatturato penalizza le imprese che lavorano prevalentemente conto terzi, il cui valore della produzione riflette la sola molitura o trasformazione e non il valore del prodotto lavorato. Con l’andamento dei prezzi dell’olio degli ultimi esercizi, per molti frantoi della zona di Andria e Canosa il bilancio di riferimento sarà l’ostacolo vero.
Il rovescio della medaglia è che proprio l’agroindustria dispone della leva più efficace sul punteggio. L’allegato 2 del decreto, che elenca le soluzioni premiate ai fini dell’economia circolare, cita espressamente l’approccio sistemico alla riduzione, al riciclo e al riuso degli scarti alimentari, i sistemi di ciclo integrato delle acque e i nuovi modelli di packaging intelligente con impiego di materiali recuperati.
Sansa, acque di vegetazione, scarti di lavorazione ortofrutticola, riuso dell’acqua di processo: sono esattamente i temi su cui un’impresa della BAT può costruire un programma che vale punti in graduatoria, invece di limitarsi a sostituire una linea.
Una precisazione, infine, che vale per chi guarda contemporaneamente ad altri canali. Le agevolazioni non sono cumulabili, con riferimento alle medesime spese, con altre agevolazioni pubbliche configurabili come aiuti di Stato – notificate, esentate o concesse in regime “de minimis” su costi specifici – fatta eccezione per quelle ottenute esclusivamente nella forma di benefici fiscali e di garanzia, e comunque entro i limiti delle intensità massime. Chi sta valutando anche misure regionali o di filiera dovrà scegliere, spesa per spesa, e non potrà sommare.
Il primo scoglio: la capacità di rimborso
Prima ancora dell’istruttoria di merito, Invitalia effettua una verifica preliminare che molti imprenditori non si aspettano. L’Agenzia accerta che il flusso di cassa dell’ultimo esercizio – somma algebrica della voce 10 “Ammortamenti e svalutazioni” e della voce 21 “Utile/perdita dell’esercizio” del conto economico – sia almeno pari all’importo del finanziamento agevolato diviso per il numero di anni di ammortamento indicati in domanda.
Tradotto: su un programma da 2 milioni, il finanziamento agevolato è pari a 800 mila euro; scegliendo la durata massima di sette anni servono circa 115 mila euro di flusso di cassa annuo. Chi ha chiuso l’ultimo esercizio in perdita e con ammortamenti modesti non supera il test e non accede nemmeno alla fase istruttoria. È da questo calcolo che dovrebbe partire il dimensionamento del programma, non dal preventivo del fornitore.
Dove si costruisce davvero il punteggio
La graduatoria giornaliera si forma su due soli criteri: “Caratteristiche del soggetto proponente” e “Sostenibilità ambientale del programma di investimento”. Il primo si calcola su quattro indicatori di bilancio, ciascuno come media degli ultimi due esercizi: copertura finanziaria delle immobilizzazioni, copertura degli oneri finanziari, indipendenza finanziaria e incidenza della gestione caratteristica sul fatturato. Sono dati storici: al 6 ottobre 2026 non si possono più modificare.
Il secondo criterio, invece, è pienamente governabile. Premia i programmi orientati all’economia circolare, quelli che conseguono un risparmio energetico non inferiore al 5% dei consumi di energia primaria dell’anno precedente, quelli che contribuiscono agli obiettivi climatici della tassonomia europea e le imprese già in possesso di certificazioni ambientali o di efficienza energetica (EMAS, UNI EN ISO 14001, UNI CEI EN ISO 50001, Ecolabel, EPD), con impegno al mantenimento per almeno tre anni. Considerato che nel 2025 tre punti hanno deciso l’esito, questa è la leva su cui un’impresa della BAT può ancora incidere nelle prossime settimane.
Attenzione a due dettagli tecnici che sfuggono spesso. Il primo: rating di legalità e certificazione della parità di genere valgono tre punti ciascuno, ma sono attribuiti in sede istruttoria e non concorrono alla formazione della graduatoria di accesso. Il secondo: per le imprese energivore – e nella nostra provincia ve ne sono, dal comparto lapideo alla trasformazione alimentare – il possesso della diagnosi energetica in corso di validità ai sensi dell’articolo 8 del d.lgs. 102/2014, o di una certificazione equivalente, è un requisito di accesso, a prescindere dal tipo di programma presentato.
Il punteggio complessivo minimo perché la valutazione si concluda positivamente è di 35 punti. Ma nel 2025 il minimo di legge non è servito a nulla: chi si è fermato a 45 o 46 punti, pur ampiamente sopra la soglia, è rimasto fuori dalla graduatoria di accesso. Il riferimento realistico non è 35, è quota 49.
Il ruolo del professionista, per legge
C’è un passaggio del decreto che riguarda direttamente gli studi professionali del territorio. La dichiarazione con i dati contabili utilizzati per il calcolo del punteggio deve essere resa come dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà e controfirmata dal presidente del collegio sindacale o dal revisore unico; in assenza di tali organi, da un professionista iscritto all’albo dei revisori legali, dei dottori commercialisti ed esperti contabili o dei consulenti del lavoro, ovvero dal responsabile del centro di assistenza fiscale. La stessa dichiarazione attesta che le spese del programma sono ragionevoli, giustificate e conformi ai principi di sana gestione finanziaria. Non è una firma di cortesia: su quei dati si costruisce la posizione in graduatoria e si esercitano le verifiche a campione dell’Agenzia.
Cinque cose da fare entro settembre
- Sistemare la posizione camerale. La procedura informatica blocca la domanda se dal Registro delle imprese non risultano i requisiti richiesti o se l’impresa non è “attiva”. Visura, codici ATECO 2025, unità produttiva iscritta, PEC attiva e DURC regolare vanno verificati ora, non a settembre inoltrato. Attenzione a una causa di esclusione introdotta con questa edizione: sono escluse le PMI che non hanno adempiuto all’obbligo di stipula della polizza contro i rischi catastrofali previsto dalla legge di bilancio 2024.
- Fare il test di rimborso prima del preventivo. Il rapporto fra flusso di cassa e rata annua determina l’importo massimo sostenibile. Da lì si dimensiona il programma, e non viceversa.
- Lavorare sui punti ambientali. Una misura di efficientamento con risparmio energetico certificato sopra il 5%, un intervento coerente con l’economia circolare o l’avvio di un percorso di certificazione possono valere la differenza fra la posizione 130 e la 160.
- Commissionare subito perizie e computi. Perizia giurata sul risparmio energetico, computo metrico estimativo delle opere murarie a firma di tecnico abilitato (opere murarie ammesse entro il 40% dei costi), piano di investimento con cronoprogramma dei SAL, piano economico-finanziario che documenti la copertura del 25% privato: sono elaborati che richiedono settimane. I tecnici del territorio, a settembre, saranno saturi.
- Non anticipare gli ordini. Il programma deve essere avviato dopo la presentazione della domanda. Un acconto versato a settembre per “portarsi avanti” rende la spesa inammissibile: è l’errore più frequente e il più costoso.
Una finestra che si chiude presto
C’è infine un vincolo che rende improbabile una nuova edizione a breve: il regime di aiuto è coperto dall’autorizzazione della Commissione europea fino al 31 dicembre 2026, data ultima di validità del Regolamento GBER. Con un’istruttoria che si sviluppa in sessanta giorni, prorogabili di trenta per integrazioni, quella del 6 ottobre è realisticamente l’occasione utile di questo ciclo di programmazione.
Sul piano contabile, infine, vale la pena ricordare che il contributo in conto impianti seguirà la disciplina propria di tale categoria, con rilevazione correlata all’ammortamento dei beni agevolati, mentre il finanziamento a tasso zero pone il tema della rappresentazione del beneficio implicito nel tasso, il cui equivalente sovvenzione lordo è determinato secondo la metodologia della comunicazione della Commissione 2008/C 14/02 richiamata dal decreto.
Scelte che incidono sul risultato d’esercizio e sulla base imponibile, e che vanno definite con il proprio consulente prima di presentare la domanda. Con il tetto del 70% del fatturato, il bilancio non è più soltanto un adempimento: è il parametro che decide quanto un’impresa della BAT può chiedere.
Fonti: MIMIT, decreto ministeriale 18 marzo 2026 e decreto direttoriale 5 agosto 2026 “Investimenti sostenibili 4.0 – Bando 2026”; decreto direttoriale 10 giugno 2025 (graduatoria bando 2025, GURI n. 143 del 23 giugno 2025); decreto direttoriale 20 maggio 2025 (chiusura sportello); schede MIMIT dei bandi 2023 e 2025; Programma Nazionale RIC 2021-2027; Regolamento (UE) n. 651/2014 (GBER), articoli 1, 13 e 14, come modificato dal regolamento (UE) 2023/1315. Le percentuali per regione sono elaborazioni su dati della graduatoria 2025; le posizioni ammesse potrebbero essere aumentate per effetto delle economie di istruttoria e dell’incremento di risorse disposto con decreto ministeriale 4 settembre 2025.
A cura di Sabino Losito, Dottore Commercialista e Revisore Legale.







