Il 4 settembre si è celebrata la Giornata Mondiale del Benessere Sessuale, ricorrenza che ogni anno ricorda un principio semplice quanto disatteso: la salute sessuale è parte della salute generale, non un capitolo a sé che si affronta solo in caso di emergenza. È una definizione che nella teoria non stupisce nessuno. Nella pratica degli ambulatori italiani, però, resta quasi sempre inapplicata.
C’è una domanda che raramente viene posta durante una visita medica di routine, e la sua assenza pesa più di quanto si immagini: c’è qualche aspetto della sua salute sessuale di cui vorrebbe parlare oggi? Chi lavora come sessuologo online osserva ogni giorno le conseguenze di quella domanda mancata: sintomi portati avanti per anni, mai nominati perché nessuno ha mai chiesto e nessuno ha mai trovato il momento giusto per dirlo da solo.
Il sommerso è più grande di quanto sembri
Un’indagine condotta negli studi di medicina generale in Italia, pubblicata su Urologia Journal nel 2019, ha rilevato che circa un terzo dei pazienti che si rivolge al medico di base per motivi generici riferisce, se interrogato in modo specifico, anche un disturbo sessuale.
Il dettaglio da non perdere è “se interrogato in modo specifico”. Non emerge da solo. Lo stesso studio raccomanda esplicitamente ai medici di medicina generale di includere domande sulla salute sessuale nelle visite di routine, in particolare nei pazienti con diabete, ipertensione o disturbi dell’umore – condizioni in cui la componente sessuale è spesso collegata a fattori vascolari o farmacologici che meritano attenzione clinica diretta.
Questo significa che la responsabilità di aprire il discorso non dovrebbe ricadere soltanto su chi porta il sintomo. La visita, per come è strutturata oggi nella maggior parte degli ambulatori, non prevede uno spazio per quella domanda – e uno spazio che non esiste nell’agenda non viene quasi mai creato spontaneamente dal paziente.
Un modello per aprire il discorso senza forzarlo
Esiste un framework clinico pensato proprio per questo, descritto in una guida pubblicata nel 2016 su Current Opinion in Supportive and Palliative Care: il modello PLISSIT, acronimo di Permission, Limited Information, Specific Suggestions, Intensive Therapy.
Il modello funziona a livelli progressivi. Il primo – il permesso – è anche il più importante e il meno costoso da applicare: una domanda aperta, non giudicante, che segnala al paziente che l’argomento è legittimo in quella stanza. Solo se emerge un bisogno concreto si passa a informazioni mirate, poi a suggerimenti specifici, e solo nei casi che lo richiedono a un intervento più strutturato.
Va detto che quella guida nasce in un contesto specifico – la salute sessuale femminile dopo un percorso oncologico – e non va generalizzata come se fosse un protocollo universale validato per ogni ambito clinico. Il valore che ne resta, però, è nel principio: il primo passo non è risolvere, è autorizzare a parlarne. Ed è un principio che qualunque professionista sanitario può applicare, indipendentemente dalla specialità.
Il silenzio non è distribuito in modo uniforme, e alcune popolazioni lo sperimentano in forma più marcata.
Uno studio pubblicato nel 2023 su The Journal of Sex Research, dedicato all’accesso ai servizi di salute sessuale da parte di persone in relazioni consensualmente non monogame, ha rilevato che il 37% di chi pratica il poliamore non rivela il proprio status relazionale ai medici, per timore di pregiudizi o di ricevere un trattamento inadeguato. Significa che più di un terzo di queste persone viene valutato clinicamente sulla base di informazioni incomplete che ha scelto autonomamente di non fornire, con ricadute dirette sulla frequenza degli screening consigliati.
Una ricerca del 2024 pubblicata su Annals of Global Health, condotta su comunità marginalizzate – persone senza fissa dimora e lavoratori migranti in Italia – ha rilevato una prevalenza di infezioni sessualmente trasmesse del 24,8%, con solo la metà dei pazienti che torna a ritirare i risultati del test. Contesti molto diversi, stesso meccanismo di fondo: quando l’ambiente clinico non viene percepito come sicuro, l’informazione smette di circolare in entrambe le direzioni.
Cosa costruisce, o distrugge, quella percezione di sicurezza
Diverse variabili concorrono a rendere un ambulatorio un posto in cui è più facile parlare. Il tempo dedicato, prima di tutto: una domanda sulla sfera sessuale posta negli ultimi trenta secondi di una visita già in ritardo ottiene, nella pratica, quasi sempre una risposta evasiva. Il linguaggio usato, poi: espressioni cliniche neutre funzionano meglio di eufemismi imbarazzati, che comunicano al paziente che l’argomento mette a disagio anche chi lo pone.
C’è anche una componente strutturale che riguarda l’educazione ricevuta prima ancora di arrivare in ambulatorio. Un’indagine su adolescenti italiani pubblicata nel 2016 su International Journal of Environmental Research and Public Health ha rilevato che solo il 9% giudica buona l’educazione sessuale ricevuta a scuola, in un paese che resta tra i pochi in Europa senza educazione sessuale obbligatoria nei programmi scolastici. Chi arriva all’età adulta senza un vocabolario per la propria sessualità fatica doppiamente a costruirne uno improvvisato nel giro di una visita di dieci minuti.
Cosa può fare chi si prepara a una visita
Sul versante del paziente, la strategia più efficace non è arrivare con un discorso già formulato, ma abbassare l’asticella dell’apertura. Una frase come “c’è una cosa di cui vorrei parlare e non so bene come formularla” funziona meglio di un tentativo di spiegazione completa e tecnicamente corretta, perché non richiede di aver già capito il problema prima di poterlo nominare.
Vale la pena anche informarsi in anticipo su cosa aspettarsi da chi si rivolge a un sessuologo: quali competenze ha, come si svolge un primo colloquio, quali argomenti tratta abitualmente. Sapere cosa aspettarsi riduce l’incertezza che, più della vergogna in sé, è spesso ciò che trattiene le persone dal fare il primo passo.
La Giornata Mondiale del Benessere Sessuale non cambia da sola le abitudini di una visita medica. Può però ricordare, a chi la legge, che la domanda che manca in ambulatorio non deve necessariamente restare senza risposta: si può portarla, anche senza che venga chiesta.
Un terzo dei pazienti in medicina generale ha già qualcosa da dire su questo, quando qualcuno lo chiede. Non serve più aspettare che sia il medico a farlo per primo.
Fonti:
- Epidemiology of sexual disorders in general medical practice: An Italian survey — Urologia Journal, 2019. https://doi.org/10.1177/0391560319842955
- How to ask and what to do: a guide for clinical inquiry and intervention regarding female sexual health after cancer — Current Opinion in Supportive and Palliative Care, 2016. https://doi.org/10.1097/SPC.0000000000000186
- “Oh! How Modern! And… Are You Ok with That?”: Consensually Non-Monogamous People’s Experiences When Accessing Sexual Health Care — The Journal of Sex Research, 2023
- Prevalence of Sexually Transmitted Infections and Predictors for Loss to Follow Up among Marginalized Homeless and Migrant Communities: a Cross-Sectional Study — Annals of Global Health, 2024. https://doi.org/10.5334/aogh.4388
- A Survey of Current Knowledge on Sexually Transmitted Diseases and Sexual Behaviour in Italian Adolescents — International Journal of Environmental Research and Public Health, 2016. https://doi.org/10.3390/ijerph13040422.







