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Strage di Capaci – 23 maggio 1992. Dopo 28 anni quel boato riecheggia ancora. Video

23 Maggio, 2020 | scritto da Domenico Bucci

Erano circa le ore 16:45 del 23 maggio 1992, quando il giudice Giovanni Falcone e sua moglie Francesca Morvillo partiti da Ciampino con un jet di servizio atterrano all’aeroporto di Punta Raisi a Palermo. Una tratta questa che il giudice faceva solitamente nel fine settimana per tornare nella “sua” Sicilia.

Ad attenderlo quel giorno come sempre ci sono 3 Fiat Croma, con gli agenti di scorta.

Falcone si mette al volante di una delle 3 Fiat Croma e con lui all’interno dell’abitacolo sua moglie Francesca e l’autista giudiziario Giuseppe Costanza. L’auto di Falcone è preceduta dalla prima Croma con gli agenti Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo, seguita come un’ombra dall’altra Croma con gli agenti Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo.

Le auto percorrono l’autostrada A29 direzione Palermo. Alle ore 17:57 all’altezza dello svincolo Capaci – Isola delle Femmine, il mafioso Giovanni Brusca aziona una carica di 5 quintali di esplosivo posizionati in una galleria ricavata sotto la strada.

L’esplosione di quell’ordigno non fu solo un boato che squarciò la pace del pomeriggio siciliano, fu un boato che devastò ogni singolo cittadino onesto, non fu solo un’esplosione in Sicilia, ma un’esplosione al cuore dell’Italia, non fu solo un attacco alle istituzioni dello stato da parte della mafia, ma un attacco ad ognuno di noi che a distanza di 28 anni hanno vivo negli occhi il ricordo di quelle tragiche immagini e del loro significato.

L’esplosione è travolgente, muoiono sul colpo gli agenti Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo, mentre l’auto con Falcone, sua moglie e Costanza si schianta contro un muro di cemento. Il giudice muore durante il trasporto in ospedale a causa di un trauma cranico e varie lesioni interne, sua moglie Francesca morirà invece in ospedale sempre a causa delle lesioni riportate intorno alle 22. Rimangono fortunatamente salvi seppur con qualche ferita l’autista giudiziario Giuseppe C0stanza in auto con Falcone e sua moglie ed i tre agenti che seguivano Falcone.

In tutto numericamente sono stati 5 i morti e 23 i feriti, ma la ferita più grave, quella non ancora rimarginata è quella che ancora oggi, tutti, sentimentalmente ci portiamo dentro.

Il funerale del giudice, di sua moglie e dei 3 agenti di scorta si svolsero il 25 maggio 1992 in una cattedrale di Palermo gremita.

Davanti alla presenza delle massime istituzioni politiche, militari, ecclesiali e civili, a fine celebrazione riecheggiano le parole della vedova dell’agente Schifani la sig.ra Rosaria Costa:

Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani – Vito mio – battezzata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato – lo Stato… – chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, però, se avete il coraggio… di cambiare… loro non cambiano [pausa, il sacerdote al fianco di Rosaria Schifani suggerisce: «se avete il coraggio…»]di cambiare, di cambiare, loro non vogliono cambiare loro .
Loro non cambiano, loro non cambiano… No. Aspetta, aspetta, no [Rosaria Schifani si rivolge al sacerdote che la invita a seguire il testo scritto]. Di cambiare radicalmente i vostri progetti, progetti mortali che avete.
Tornate a essere cristiani. Per questo preghiamo nel nome del Signore che ha detto sulla croce: “Padre perdona loro perché loro non lo sanno quello che fanno”. Pertanto vi chiediamo per la nostra città di Palermo [pianto] che avete reso questa città sangue, città di sangue. Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue – troppo sangue – di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l’amore per tutti.
Non c’è amore, non ce n’è amore, non c’è amore per niente”.

Troppi figli dello “Stato” hanno perso la vita in nome e per conto di una nazione che non sempre li ha protetti, in nome e per conto di alcuni politici collusi con la mafia, in nome e per conto di tutta la brava gente che rifiuta, osteggia, denuncia, combatte la mafia.

Perchè la mafia è un cancro difficile da estirpare, ma come ogni malattia va combattuta, curata con la speranza che prima o poi si possa trovare un vaccino definitivo.

Oggi in tutta Italia c’è stato il ricordo della strage di Capaci e molte amministrazioni non potendo manifestare con processioni, cortei o con eventi commemorativi hanno deciso di esporre un lenzuolo bianco.

 

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